Il progetto sono io Cristian Ciubota
Questa è la storia di una mente che ha sempre avuto bisogno di smontare, capire e creare. E finalmente e riuscita a lasciare la propria impronta nel tempo.

L’inizio di un’esistenza
Sono nato il 7 febbraio 1985, in Romania. Questo è il punto da cui tutto parte — l’inizio di un’esistenza.
Sono cresciuto negli ultimi anni del regime comunista e nei primi anni caotici dopo. Non avevamo televisione, non avevamo internet, non avevamo telefoni. Avevamo l’immaginazione — e quella non mancava mai.
Per me la fantasia non è mai stata qualcosa di impossibile. È solo un’idea che richiede tempo e fatica per diventare reale. L’impossibilità non esiste — esiste solo la distanza tra il pensiero e la creazione.

Smontare tutto
Il primo oggetto che ricordo di aver smontato è un VHS (lettore videocasette). Non sapevo cosa stavo cercando. Sapevo solo che volevo capire cosa c’era dentro. L’ho smontato. L’ho rovinato. Non importava: il desiderio di aprire le cose per capire come funzionano non si è mai fermato da quel momento.
Poi è arrivato un saldatore a pistola — quello vecchio stile, con il filo di rame. Ho iniziato a dissaldare, a sperimentare circuiti elettronici, a tenere in mano componenti senza sapere ancora cosa avrei potuto farne. Non avevo istruzioni. Avevo curiosità.

Il Club dei Pionieri
Da bambino ho sfiorato ilClub dei Pionieri— l’Organizația Pionierilor, l’organizzazione giovanile obbligatoria del regime comunista romeno. Uniformi rosse, fazzoletti al collo, cerimonie collettive, attività organizzate dallo Stato. Un sistema pensato per formare la generazione futura secondo i valori del Partito — disciplina, collettività, obbedienza.
Ho fatto in tempo a frequentarlo appena una o due settimane. Eppure qualcosa è rimasto. L’idea che si potesse costruire qualcosa con le mani. Che esistessero laboratori, attività manuali, spazi per fare. Quell’impressione — breve, quasi fugace — ha lasciato comunque un segno sulla mia creatività.

Il primo computer
Quando è arrivato il primo PC, la prima cosa che ho fatto è stata farlo smettere di funzionare. Pochi giorni dopo il suo arrivo — finito. Spento. Morto.
Ma volevo continuare a giocare. Così l’ho resuscitato.
Non avevo un manuale. Non avevo qualcuno che mi spiegasse. Avevo il problema davanti e il desiderio di risolverlo. Quella è stata la mia prima vera lezione di informatica — non imparare come funziona un computer, ma imparare come si rompe e come si ripara.
Da lì in poi il computer non è più stato uno schermo. È diventato un laboratorio. Sono sempre rimasto fedele al PC — per la libertà totale che mi dava, una libertà che nessun altro dispositivo ha mai saputo darmi allo stesso modo.

Il mondo che si espande
Dopo il PC è arrivato internet — e con lui un mondo che prima potevo solo immaginare. Ogni cosa che non capivo aveva finalmente una risposta da qualche parte. Ogni idea poteva essere esplorata, confrontata, espansa.
Poi il primo telefono con GPS — la scoperta che la posizione nel mondo poteva essere precisa, calcolata, orientata. Poi il primo smartphone. Ma sono sempre rimasto fedele al PC: gli schermi piccoli non hanno mai sostituito la libertà di uno schermo grande e di una macchina che puoi controllare davvero.

Laura — e l’impennata
Quando ho iniziato il percorso con mia moglie, qualcosa si è spostato. E quando è nata mia figliaLaura, tutto è cambiato di velocità.
L’arrivo di una vita nuova ha prodotto in me un’impennata di creatività che non avevo mai vissuto prima con quella intensità. Il desiderio di mettere in atto tutte le idee accumulate, tutte le fantasie tenute in sospeso, si è trasformato in qualcosa di urgente.
Per me la fantasia non è mai stata impossibilità. È solo il tempo necessario e la fatica richiesta per portare un’idea nel mondo reale. Laura ha reso quel tempo prezioso. Ha reso la fatica degna.

La scoperta dell’intelligenza artificiale
Quando ho scoperto l’intelligenza artificiale, la prima cosa che ho fatto non è stata usarla per creare. Ho cercato di capire le sue implicazioni — per il mondo, per il futuro, e soprattutto per come preparare Laura a ciò che stava arrivando.
Solo dopo ho iniziato a chiedermi: cosa posso fare io con questo strumento?
La risposta mi ha travolto. Mi sono trovato sotto una montagna enorme — una montagna fatta di possibilità, strumenti, conoscenze, direzioni. Tutto e troppo allo stesso tempo.
Ho scelto di non farmi schiacciare. Ho scelto di diventare io la montagna.
Ho iniziato a lavorare con un impegno che non riservavo a niente da molto tempo. Imparare, sperimentare, costruire. Ogni giorno. FCT Inventor è anche questo: il risultato di quella scelta messa in moto.

La capsula del tempo
A un certo punto è nata un’esigenza: non lasciare che tutto si disperdesse.
Le idee hanno una natura fragile. Se non vengono fissate, si dissolvono. Se non vengono condivise, restano sospese tra ciò che esiste e ciò che avrebbe potuto esistere.
Così ho creatoFCT Inventor. Non come vetrina. Non come portfolio. Ma come capsula del tempo.
Questa capsula raccoglie tutto il percorso delCreare, Ideare, Sviluppare, Conoscere— e soprattutto delCrescere. Perché crescere è il punto più importante di tutti.
Ho un’immagine che uso spesso nella mia testa: quella del sacco di Babbo Natale, ma al contrario. Sono nato tela bianca — sacco vuoto. La vita, se lo Voglio, mi permette di riempirlo o dipingere. E una volta pieno, posso regalare ciò che ho raccolto — non solo ai bambini, ma a tutte le età, a tutte le generazioni, a chiunque voglia ricevere qualcosa.

Cosa contiene la capsula
FCT Inventor non è un solo progetto. È un sistema di progetti interconnessi, ognuno autonomo, ognuno capace di generare altro.
Inventafavoleè la mia matrice narrativa — un ecosistema aperto per creare storie. Da lì sono emersi iMondi: universi con regole proprie, territori riconoscibili, equilibri da scoprire. IlPianeta dei 4 Elementi,La Notte dei Calzini Perduti,Porta Magica— ognuno nato da una storia e diventato qualcosa di più ampio.
LeOperesono i risultati visibili di quei mondi: libri illustrati, manga, wallpaper, timelapse del processo creativo.
ISoftware & Prototipi— programmi e videogiochi sperimentali — nel cercare di creare (ho provato Windows, Android, web) ho raccolto vari progetti che pubblico per storico.
Nulla è isolato. Ogni cosa che creo può diventare il punto di partenza per qualcosa di nuovo.

Lasciare un’impronta
C’è una scena nel filmTroyche torna spesso nella mia testa. Achille sa che andrà incontro alla morte. Glielo dicono. E va lo stesso.
Non perché sia incosciente. Ma perché sa che ciò che farà sopravvivrà a lui. Che il suo nome — e ciò che rappresenta — attraverserà il tempo.
Quella è la mia ispirazione. Non la violenza, non la guerra — ma quella consapevolezza: che si può scegliere di agire in modo che qualcosa di te rimanga. I grandi della storia — quelli che hanno inventato, costruito, immaginato, e anche quelli che hanno distrutto — hanno tutti lasciato un’impronta. Hanno modificato il mondo, anche solo in una piccola parte.
Io voglio lasciare la mia. Non per fama. Per permanenza.
Ogni progetto che pubblico è un segnale:“Sono passato di qui. Ho costruito qualcosa.”

“Il futuro è ciò che fai, come lo fai, e quando decidi.”
Per chi legge questa pagina
Non so quando stai leggendo queste parole. Potrebbe essere poco dopo che le ho scritte. Potrebbe essere tra vent’anni. Potrebbe essere dopo che non ci sono più.
Troverai in questa capsula il percorso di un bambino romeno che smontava i VHS. Di un ragazzo che resuscitava computer rotti per poter continuare a giocare. Di un uomo che ha scoperto l’intelligenza artificiale e ha scelto di diventare lui la montagna, invece di farsi schiacciare.
Troverai errori, connessioni inaspettate, mondi costruiti uno strato alla volta. Troverai un sacco che si è riempito nel tempo — e che ora prova a regalare ciò che contiene.
FCT Inventor è sviluppato e curato da una sola persona. Nessun team, nessuna scadenza di mercato. Solo il tempo reale della creazione — lento, intenzionale, autentico.
Questa è la mia storia.
E la tua?